L'abate e il voto di obbedienza nella Regola di san Benedetto
Verso l'anno 529 Benedetto da Norcia salì sul monte che domina Cassino e vi fondò il monastero destinato a diventare la casa madre del monachesimo occidentale. Fu lì, con ogni probabilità, che a metà del sesto secolo mise per iscritto la sua Regola: un prologo e settantatré brevi capitoli che ordinano la preghiera, il lavoro, il cibo, il sonno e soprattutto i rapporti tra le persone. Il primo verbo del testo è un imperativo affettuoso: ascolta, figlio, gli insegnamenti del maestro, e piega l'orecchio del tuo cuore. E già nel prologo Benedetto dichiara la meta di tutto il cammino: tornare, con la fatica dell'obbedienza, a Colui dal quale ci si era allontanati per l'ignavia della disobbedienza. In quella frase è racchiuso il senso del voto di obbedienza e, insieme, la ragione d'essere dell'abate.
Dal deserto al cenobio
Benedetto non inventò l'obbedienza monastica: la ereditò dai padri del deserto egiziano, presso i quali il discepolo si affidava a un anziano perché la volontà propria era considerata il più astuto dei padroni. La sua originalità sta nell'aver trapiantato quella sapienza in una comunità stabile e ordinata, il cenobio, che egli stesso definisce nel primo capitolo la specie più forte di monaci. Nel cenobio l'anziano del deserto diventa un padre per tutti, scelto dalla comunità e responsabile di essa davanti a Dio. La fonte letteraria principale di Benedetto fu la cosiddetta Regola del Maestro, un testo anonimo assai più lungo e minuzioso, che egli abbreviò con mano sicura, alleggerendone le asprezze e infondendovi una moderazione che i lettori di ogni epoca hanno riconosciuto come il suo tratto più personale.
Un padre che tiene le veci di Cristo
Il secondo capitolo della Regola si chiede quale debba essere l'abate, e la risposta è di un'audacia sorprendente: si crede che l'abate tenga nel monastero le veci di Cristo, poiché viene chiamato con un appellativo che è di Cristo stesso, quello di abba, padre. Da questa dignità Benedetto fa discendere subito i doveri. L'abate non deve insegnare nulla che si discosti dai comandamenti del Signore; la sua vita deve confermare le sue parole, e l'esempio deve contare più dei discorsi. Gli è vietata ogni parzialità: chi era schiavo vale quanto chi è nato libero, perché in Cristo tutti sono una cosa sola. E per due volte nello stesso capitolo Benedetto gli ricorda che nel giorno del giudizio dovrà rendere conto non solo della propria anima, ma delle anime di tutti i discepoli affidati alla sua cura. Il pastore sarà interrogato sul gregge.
Il medico delle anime
Ciò che colpisce di più nella figura benedettina dell'abate è la finezza con cui deve conoscere gli uomini. Benedetto gli chiede di adattarsi ai caratteri di molti: uno va incoraggiato con dolcezza, un altro ripreso, un terzo persuaso, come fa un medico esperto che cambia il rimedio secondo la malattia. Il sessantaquattresimo capitolo, più tardo e più mite del secondo, sviluppa questa sapienza pratica: l'abate cerchi di essere amato più che temuto, odi i vizi ma ami i fratelli, e disponga ogni cosa in modo che i forti abbiano qualcosa a cui aspirare e i deboli nulla da cui fuggire. La formula che riassume tutto è rimasta proverbiale: si studi di giovare più che di comandare. Lo stesso capitolo stabilisce che l'abate esce di norma dall'elezione della propria comunità, scelto per il merito della vita e la sapienza della dottrina, e che resta in carica fino alla morte.
Il quinto capitolo: obbedire senza indugio
Sul versante del monaco, il testo fondamentale è il quinto capitolo, che si apre con una dichiarazione netta: il primo grado dell'umiltà è l'obbedienza senza indugio. Chi non antepone nulla all'amore di Cristo, appena riceve un ordine lascia a metà ciò che stava facendo, abbandona la volontà propria e obbedisce con tale prontezza che il comando e la sua esecuzione sembrano compiersi nello stesso istante. Ma la rapidità, da sola, non basta. Benedetto guarda al cuore: un'obbedienza prestata malvolentieri, con mormorazione anche soltanto interiore, non trova ricompensa presso Dio, quand'anche il compito venga portato a termine. La mormorazione, vecchia malattia delle comunità che la Regola condanna in continuazione, è l'esatto contrario dell'obbedienza, perché corrode la fiducia su cui il monastero si regge.
La professione e i suoi tre impegni
Quando il novizio ha superato l'anno di prova descritto nel cinquantottesimo capitolo, promette davanti a tutta la comunità, nell'oratorio, tre cose: la stabilità, la fedeltà alla vita monastica e l'obbedienza. I tre impegni si sorreggono a vicenda. La stabilità lega il monaco per sempre a una comunità concreta; la fedeltà alla vita monastica lo impegna a una conversione mai conclusa; l'obbedienza dà a entrambe una forma quotidiana e tangibile. Promettere la conversione in astratto è facile; accettare giorno dopo giorno le decisioni di un uomo determinato e fallibile su lavoro, preghiera, cibo e riposo è tutt'altra cosa. Proprio per questo Benedetto colloca l'obbedienza dentro il cammino dell'umiltà: il settimo capitolo, con i suoi dodici gradini, la inserisce in un'ascesa interiore che culmina nell'amore perfetto che scaccia il timore.
Quando l'ordine sembra impossibile
Tra le pagine più umane della Regola c'è il sessantottesimo capitolo. Che cosa deve fare un fratello a cui viene comandata una cosa impossibile? Benedetto non predica una sottomissione cieca. Il monaco accolga anzitutto l'ordine con mansuetudine; se poi vede che il peso supera davvero le sue forze, esponga al superiore, con pazienza e al momento opportuno, le ragioni della propria impossibilità, senza superbia, senza resistenza, senza spirito di contraddizione. Se il superiore conferma la sua decisione, il fratello obbedisca per amore, confidando nell'aiuto di Dio. L'obbedienza passa dunque attraverso la parola sincera, non le gira intorno, e presuppone un abate capace di ascoltare. Che l'ascolto sia preso sul serio lo dimostra il terzo capitolo: per ogni questione importante l'abate deve convocare l'intera comunità e sentire il parere dei fratelli, perché spesso, scrive Benedetto, il Signore rivela al più giovane la soluzione migliore. Deciso l'affare, la decisione spetta a lui solo; ma solo dopo aver ascoltato.
L'obbedienza reciproca e l'eredità della Regola
Il settantunesimo capitolo compie l'ultimo passo: i fratelli si obbediscano a vicenda, perché per questa via dell'obbedienza si va a Dio. L'obbedienza non è dunque soltanto un principio di governo, ma uno stile di relazioni che pervade tutto il monastero e trova nel capitolo sul buon zelo la sua espressione più alta. Questo equilibrio tra autorità paterna, elezione comunitaria e obbedienza liberamente promessa si rivelò straordinariamente fecondo. All'inizio del nono secolo i sinodi di Aquisgrana, guidati dal riformatore Benedetto di Aniane, fecero della Regola la norma del monachesimo carolingio; Cluny, fondata nel 910, costruì un'immensa rete di dipendenze intorno all'autorità del suo abate; Cîteaux, dal 1098, volle tornare alla lettera stessa del testo. E ancora oggi benedettini e cistercensi professano, con le stesse parole antiche, stabilità, vita monastica e obbedienza.
Sulla mappa
I luoghi in cui questo intreccio di paternità e obbedienza è stato vissuto segnano tuttora il paesaggio europeo: da Montecassino alle filiazioni di Cluny e di Cîteaux, fino alle abbazie benedettine dove la Regola scandisce ancora le giornate. Aprite la nostra mappa interattiva per trovare i monasteri più vicini a voi, seguire l'espansione della famiglia benedettina attraverso il continente e organizzare la visita a un luogo dove la Regola di san Benedetto non è un reperto da museo, ma una pratica quotidiana.